Visualizzazione post con etichetta Slider. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Slider. Mostra tutti i post

 

(Foto credit: Unsplash; Foto dei pinguini: Baumgaertner)


L’ispirazione per questo romanzo mi è arrivata dalle fonti più disparate e ho iniziato a lavorarci nel settembre del 2021. Avevo raccolto già del materiale, colpita da alcuni fatti di cronaca relativi a tematiche ambientali, sia a livello locale che internazionale.

Da ragazzina sono stata iscritta per molto tempo al WWF e non ho smesso di seguire le attività di alcune associazioni ambientaliste. Soprattutto, ho iniziato a notare strane coincidenze di date ed eventi mentre effettuavo le mie ricerche. Anche la mia grande passione per il mondo sottomarino ha avuto la sua influenza nella genesi di questa storia.


Nel rileggere il materiale mi sono accorta che c’era un tema ad accomunare tutti questi stimoli che rimanevano impressi nella mia mente. Allora, ho provato a cercare un filo che potesse unire tutti questi pezzi, come cucire le tessere di una coperta patchwork, per creare qualcosa di concreto che meritasse di essere raccontato e potesse far riflettere su quanta bellezza la Terra ci dona ogni giorno e su quanto siamo interconnessi con il Pianeta a qualunque latitudine viviamo, come la pandemia ci ha dimostrato.


Ho vagliato a lungo se collocare la storia all’estero, magari in un acquario più famoso e blasonato invece di quello piccolo e di provincia della mia città, ma il problema ambientale è ormai eterogeneo a livello mondiale e quando è scattato il legame fra ecologia e Covid e la necessità della quarantena per i protagonisti, ho creduto che sarebbe stato bello raccontare qualcosa che conosco più da vicino, decidendo di situare il romanzo a Livorno.


Questa scelta di semplicità nell'ambientazione era molto più coerente anche con il modo in cui avevo deciso di narrare Kai e Viola e la loro storia. Un'altra sfida che mi sono posta è stata quella di parlare dell'amore che nasce fra persone che hanno un passato importante alle spalle, una figlia come nel caso di Viola, ma in una situazione normale: niente personaggi famosi, niente luoghi rinomati, niente drammi personali estremi per portare avanti la trama.


L'amore attraverso i piccoli gesti quotidiani è la frase richiamo del libro perché tutto il romanzo è improntato alla valorizzazione di ciò che diamo per scontato e insignificante a causa di questo nostro modo di vivere ultra moderno che spinge i bisogni (spesso inutili) di una società oltre i limiti, calpestando tutto quello che abbiamo a partire dalla nostra meravigliosa Terra.


Così Kai e Viola sono persone ordinarie con i loro problemi, ma con la maturità che li ha portati a risolversi, o a cercare di farlo, prima di decidere di stare insieme perché la vita è già tanto complicata con tutto quello che capita intorno.

Desideravo che questa storia fosse meno drammatica rispetto alle precedenti che ho scritto e sebbene non manchino elementi di contrasto fra i personaggi, l'intenzione era che apportasse una sensazione di benessere in chi l'avrebbe letta, facendo comunque riflettere sulle tematiche proposte attraverso il lavoro dei protagonisti.


Il tema ecologico e l'avvento del Covid-19 sono stati due spunti importanti per ripensare il nostro tempo e la connessione di tutto l'ecosistema del nostro pianeta. Kai e Viola mi hanno fornito la bellissima opportunità di approfondire realtà lontane come le spedizioni Antartiche e quelle vicine nella mia regione, in posti molto particolari come l'Arcipelago toscano e le sue terre quasi incontaminate.

Constatando purtroppo che, nonostante la distanza di migliaia di chilometri, i problemi di inquinamento sono gli stessi.

Anche in questo romanzo sono state molte le associazioni da cui ho largamente attinto informazioni: Greenpeace, Legambiente, FridayforFuture. Il mio cuore, però, stavolta è rimasto catturato dai meravigliosi progetti dei ricercatori del PNRA (Progetto Nazionale di Ricerche in Antartide) che mi riempiono ogni volta di meraviglia.


Le intenzioni di scrittura per questo romanzo erano molto chiare nella mia testa, la difficoltà era metterle su carta e renderle al meglio attraverso i personaggi.

Onestamente non credevo di riuscire a concludere questo libro: la vita si è messa nel mezzo e ho interrotto per molti mesi la sua stesura. Per questo rappresenta per me un doppio traguardo e una grandissima soddisfazione. 

Spero di avervi trasmesso un po' del dietro le quinte de Il mare guarisce, ma oltre quello che vi ho raccontato, so che i libri fanno sempre magie e ognuno troverà fra le sue pagine qualcosa che neanche io ho immaginato.


Buona lettura.



Novembre 2022 segna una tappa importante: sono dieci anni che ho pubblicato la prima versione de il senso interno del tempo.
Non so se sia un traguardo da festeggiare oppure sia un momento di bilancio: è l'occasione per riflettere e raccontare qualcosa di questo mio lungo percorso a contatto con i libri e dell'esperienza che ho acquisito fatta di tante delusioni, pochi successi e qualche discreta soddisfazione.

Non sono stata una bambina prodigio che ha scritto la sua prima storia a sei anni ma ho partecipato al giornalino della scuola ed ero una grande lettrice, questo sì. Le materie letterarie le ho sempre amate così come i libri di ogni genere e nazionalità.
Sognavo di emulare Margherita Hack e ho intrapreso studi tecnici senza brillare molto. Per un momento della mia vita, per fortuna breve, ho scritto anche poesie.

Dopo aver messo in pausa la scrittura per un po', sacrificandola alla costruzione di un futuro lavorativo e personale, ho ripreso a scrivere con costanza intorno ai trent'anni.
Per scherzo, con un'amica, iniziai a pubblicare fanfiction su un forum dedicato. Riscossero molto entusiasmo da parte dei lettori ma dopo un po' lei si stufò e io sentivo tutti i limiti di non potermi muovere in un universo mio
Così iniziai a scrivere le prime storie brevi e i racconti lunghi, fra cui il seme da cui si è sviluppato il senso interno del tempo.
Da quelle poche pagine, piano, piano, la Mandala Serie ha preso il sopravvento. L'ho iniziata nel 2008, l'ho riletta e ci ho lavorato per anni.

Nel frattempo, per capire come risolvere i problemi di scrittura che mi trovavo davanti, ho letto decine di manuali e iniziato a frequentare dei corsi. Alcuni nella mia città ma dal 2009 non mi sono persa neanche uno dei workshop che organizzavano al Pisa Book Festival.
Molti sono scettici sull'utilità di queste lezioni. Per quanto mi riguarda, se sono tenuti da docenti preparati, posso dire che ogni incontro cui ho partecipato mi ha insegnato qualcosa a partire dal confronto con gli altri, all'accettazione delle osservazioni e delle critiche sui propri scritti. 
È grazie a uno di questi, tenuto dalla Scuola Omero di Roma, che ho trovato finalmente il coraggio di mandare alle case editrici il mio materiale.

Nel 2012 ho trovato un editore (Linee Infinite Edizioni) e iniziato a pubblicare la serie.
Il senso del nostro amore è stato presentato al Pisa Book Festival nel 2014.
Nel 2017 è uscito in self publishing Niente è come sembra il mio romanzo breve rosa crime.

È vero: con le pubblicazioni ufficiali sono ferma da qualche anno ma ho un paio di romanzi nel cassetto scritti in questo periodo di silenzio che appartengono a generi diversi a cui ho tentato di trovare una casa editrice.
Oltre a scrivere, in questo tempo, ho frequentato altri workshop di scrittura ed editoria, fatto parte di un'associazione culturale che mi ha insegnato moltissimo sul dietro le quinte della scrittura, partecipato con questa associazione a diversi festival letterari (Pisa, Matera – Women Fiction Festival, Firenze – L'eredità delle donne.)
Ho scritto racconti per alcune antologie e un testo teatrale su Samantha Cristoforetti che è entrato a far parte dello spettacolo Libere Donne e che viene tutt'ora rappresentato.

Per le mie storie nel cassetto non ho ancora trovato una casa editrice anche se, per tre volte, sono arrivata alla firma di contratti editoriali.
Dopo averne letto ogni clausola, con molta sofferenza ho rinunciato perché le condizioni proposte non erano trattabili.
Sorvolando sull'aspetto economico, tra l'altro davvero irrisorio, ho creduto che, sebbene le case editrici fossero di media importanza, non valesse la pena vincolare i miei libri per decenni sottoponendoli a tutte quelle limitazioni e perdendone in pratica ogni diritto ricevendo molto poco in cambio.
Per chi ne fosse all'oscuro informo che, in generale, i contratti editoriali standard fanno quasi sempre pena. Il fatto di essere stata per due anni rappresentante sindacale all'interno dell'azienda dove lavoravo, non agevola nel farmi scendere sotto a un certo standard.

Capire come funziona l'editoria dietro le quinte, non solo dalla mia diretta esperienza ma anche da quella di molte persone amiche che hanno pubblicato con case editrici importanti, mi ha procurato enorme sconforto e mi ha molto disilluso su tanti aspetti. Il mondo editoriale italiano ormai, per me, ha perso del tutto la patina romantica di cui si ammanta da decenni.

Dopo qualche anno difficile, pandemia compresa, al momento, sono contenta di essere tornata a scrivere con entusiasmo, nonostante la fatica quotidiana di coordinare molte altre necessità non essendo la mia attività primaria, e di gestire le mie pubblicazioni con i miei ritmi e le mie condizioni.
Cosa mi riserverà il futuro?
Chissà... ho deciso di non intraprendere più programmi a lunga scadenza ma spero di poter riuscire in qualche modo a pubblicare tutte le storie che nascono nella mia testa magari già dal prossimo anno.

Forse questa non sarà una tappa per grandi festeggiamenti ma la soddisfazione di aver raggiunto e poi consolidato un piccolo traguardo, che solo undici anni prima ritenevo impossibile, mi rende questo periodo molto prezioso. Come il ricordo delle parole e della stima ricevuta dalle tante persone che in questi anni hanno letto le mie storie.

Se sono ancora qui a scrivere, lo devo alla mia costanza e a voi.
Grazie.



Dopo diverso tempo dall'ultimo post sul blog, torno a parlare di scrittura e in particolare di quanti e in quali modi i libri (e i film e le serie tv) che amiamo tanto, possono essere conclusi
Lo spunto per scrivere questo articolo mi è venuto leggendo le molte recensioni lasciate sia su Amazon che nel mondo del Bookstragram. Mi diverte molto scorrere i commenti e i pensieri dedicati a romanzi che io stessa ho letto e vedere com'è diverso l'atteggiamento degli altri lettori.

Quelle che mi fanno sorridere di più sono le recensioni inviperite contro i finali aperti, odiati dalla maggioranza e colpevoli, secondo chi legge, di violare il patto con il lettore.
(Breve precisazione: il finale aperto è fine a se stesso e lascia un voluto senso di sospensione. Scegliere questa strada non è una giustificazione per abbandonare in maniera sconclusionata gli snodi narrativi della storia, sia chiaro.)

Il finale sospeso (o cliffhanger, dall'inglese) è una interruzione della storia in corrispondenza di un colpo di scena o di un altro momento culminante, caratterizzato da forte suspense. (In questo caso abbiamo una combinazione di aperto+sospeso.) 
Nelle serie o nelle saghe, anche in campo cinematografico, il finale aperto è quasi una regola che spesso coincide con il sospeso e un colpo di scena (plot twist), per invogliare il lettore a proseguire la lettura (o l'episodio successivo della serie tv), mentre è più raro nei romanzi autoconclusivi che usano per la maggior parte un finale chiuso.

Come lettrice a me non crea fastidio il fatto che si permetta alla mia fantasia di colmare la conclusione "mancata" con una o, magari, più possibilità di finale, purché la sospensione sia coerente con la storia narrata fino a quel momento.
Confesso che spesso le idee migliori per scrivere le mie di storie, mi sono arrivate proprio nell'immaginare dei finali alternativi di romanzi che ho molto amato.

Come autore credo che riuscire a essere generosi con la propria creazione e lasciare ai lettori questa possibilità, sia uno dei regali più belli che possano essere fatti: una spinta a sviluppare la creatività che dimora in ognuno di noi

Oltre a quelli sopra citati esiste poi il lieto fine, usato nelle storie per l'infanzia e nella narrativa rosa. Anche se prevedibile è un finale d’obbligo per questi generi. Di certo è uno dei più popolari. La difficoltà sta nel renderlo meno banale possibile, cosa per niente scontata.

Invece, quello a sorpresa, è tipico del giallo e del suspence, anche se ci sono esempi di narrativa classica che ne fanno uso, il primo che mi viene in mente è "Espiazione" di Ian McEwan. 

Il finale circolare ritorna sul concetto o sulle parole espresse nell'incipit del romanzo per chiudere idealmente il cerchio della storia narrata. 

In media res, è un finale che non indica una fine vera e propria della storia ma solo il punto in cui termina la narrazione. Il romanzo, cioè, racconta la sua storia focalizzandosi in un arco narrativo delimitato fra due eventi, permettendo al lettore di essere spettatore solo di quello. 
Dai molti libri che ho letto negli ultimi anni, ho l'impressione che sia lo stile più usato al momento nella narrativa contemporanea italiana. Devo confessare che, personalmente, non mi entusiasma.

A volte, al termine di un romanzo, troviamo un epilogo. Questo non si può definire un vero e proprio finale ma più un'aggiunta alla storia, come accade con il prologo all'inizio. È utile per far conoscere gli sviluppi futuri della vicenda a distanza di anni, è impiegato soprattutto nelle serie anche per una questione affettiva con i lettori.

Nelle storie che leggete o scrivete, non è detto che si debba scegliere per forza un solo tipo di finale. Il finale misto può essere una combinazione di vari finali, modellati proprio sul tipo di romanzo o racconto che si sta scrivendo. 

Pensando alla mia produzione, per esempio, sono stati diversi quelli che ho istintivamente messo sulla carta. Nei tre libri della Mandala Series:

Il senso interno del tempo: finale aperto
Il senso di una promessa: finale aperto + sospeso
Il senso del nostro amore: chiuso + lieto fine + circolare

Il mare guarisce (autoconclusivo): chiuso + lieto fine
Niente è come sembra (autoconclusivo): chiuso + lieto fine
 + (piccolo accenno di circolare)

Spero che questa riassuntiva panoramica possa tornarvi utile per diventare lettori o autori più preparati nel riconoscere il tipo di finale che è stato usato nei vostri libri preferiti.

⁠Pensando ai libri che avete letto, avete fatto qualche collegamento interessante? 
Ci sono stati dei libri la cui lettura vi ha deluso nel finale?
Per quanto mi riguarda, molte volte.


Nell’intervista che ho rilasciato per il blog Romanticamente Fantasy Sito, fra le tante domande relative alla mia ultima uscita, Niente è come sembra, ce n’era anche una sull’avvenire degli scrittori e dell’editoria. Se, cioè, il self-publishing potesse rappresentare la modalità di pubblicazione più diffusa del futuro.

Ecco che mi è stato offerto un ulteriore spunto di riflessione per ampliare il precedente articolo sull’esperienza di auto-pubblicazione e sull’editoria tradizionale.

Ho riflettuto molto su come rispondere. Benché la mia esperienza da self sia recente, ho molte amiche/colleghe che usano questo metodo da anni, con soddisfazioni alterne, e altre che ancora rimangono saldamente all’interno dell’editoria tradizionale; ovviamente fra noi parliamo, ci confrontiamo e mi giungono esperienze, malumori e soddisfazioni da entrambi i fronti. Tenendo conto di questo piccolo campione, della mia limitata esperienza di pubblicazione, di fiere dell’editoria e di festival letterari cui ho partecipato, la mia risposta ha cercato di inglobare tutti gli aspetti.

Credo che l’editoria tradizionale stia sicuramente rivelando i suoi limiti e, soprattutto, la scarsa dinamicità di adattamento a una realtà molto in evoluzione. Da quello che ho potuto osservare negli ultimi cinque anni, sono cambiate moltissime cose. Il digitale, i social, i blog erano appena agli inizi nel 2012, anno di uscita del mio primo romanzo, Il senso interno del tempo, e poco influenti sulle pubblicazioni, mentre adesso sono fondamentali, tant’è che perfino le grosse case editrici cercano e collaborano con le blogger per il lancio dei libri.

Il self, d’altro canto, rappresenta una democratica opportunità di pubblicazione, ma è privo di filtri professionali come quelli che anche un editore piccolo garantisce (parlo di editoria non a pagamento) e non tutela il lettore sulla qualità dei libri che escono.
Il filtro è a posteriori, insomma.

Quando ho partecipato alle fiere dell’editoria o a convegni dove erano presenti realtà straniere, ho visto l’editoria italiana – rispetto alla straniera, più dinamica e propositiva – arroccarsi sulle sue posizioni, sempre più in crisi ma senza volontà di sperimentazione e rinnovo.

Non è costruttiva e imputa la colpa ai lettori che diminuiscono sempre più, ma non fa nessun tipo di proposta concreta alla scuola o negli ambienti di lavoro affinché si attuino politiche di rieducazione alla lettura dei ragazzi e degli adulti. Si accontenta degli spot sociali del Ministero e degli incentivi economici che lo stesso dà, come se fossero loro stessi enti statali e non imprese private con un reparto commerciale / marketing.

Oltre al calo dei lettori, l’altro grosso spettro della piccola/media editoria è la distribuzione nelle librerie: in mano a pochi colossi che controllano il mercato, raramente un piccolo-medio editore riesce a portare i suoi libri al dettaglio. Già questo, a mio parere, sarebbe uno dei veri ambiti in cui richiedere l’intervento dell’Autorità Garante della Concorrenza.

La faccenda, qualche anno fa, sembrò superata con l’arrivo di Amazon che, però, ha portato altre grane agli addetti ai lavori, abusando della scontistica, delle offerte e dei prezzi. Alla fine, si è incolpato Amazon (che comunque le sue colpe ce le ha) di tutti i danni all’editoria del nostro paese quando, in realtà, il suo avvento ha fatto scoppiare prima del previsto problemi già presenti.

In fondo alla filiera del prodotto libro, ci siamo noi: gli autori italiani, i più sfigati. Sì, lo siamo, perché dei lettori che esistono, molti non leggono autori italiani per partito preso, educati, o sarebbe meglio dire “condizionati” dalla nostra editoria, a sessanta anni di traduzioni eccessive e a un gusto esterofilo, per lo più anglofono, come in molti altri ambiti culturali. E se comprendo la reale necessità nel dopoguerra di conoscere i grandi scrittori stranieri che durante il regime fascista erano stati censurati, nei decenni successivi questa inflazione estera, a volte di obbiettiva scarsa qualità, poteva essere selezionata con maggior cura per lasciare più spazio agli autori nazionali.

Questi sono davvero l’ultima ruota di questo baraccone che, però, senza le loro storie non avrebbe neanche motivo di esistere. A parte pochi fortunati scrittori italiani da migliaia di copie, la maggioranza, anche se sotto contratto con grandi case editrici, è mal pagata, quando lo è più o meno puntualmente, ed è ricattata a firmare accordi assurdi se vuole pubblicare: scordatevi gli anticipi da romanzo americano, in Italia difficilmente si riesce a vivere di scrittura.

Cosa dovrebbe fare un autore italiano odierno, allora?


Pagare? Pagare il conto di una serie di errori istituzionali, politici, gestionali, che si sono accumulati nei decenni e incastrarsi in questi meccanismi?

Certo, non è assolutamente obbligatorio pubblicare ciò che scrive, ma se ci si vuole far conoscere, se la storia che si racconta è valida, magari dopo aver espletato l’antica sequenza, che quasi nessuno fa più, ormai, invio manoscritto – attesa – nessuna risposta o rifiuto, a più di una casa editrice, si cerca un modo per farla arrivare a chi vuole leggerla.

E la strada che è a portata di mano è di sicuro il self-publishing; del resto, perché non dovremmo provarci? Sono state proprio le grandi case editrici a rompere la regola della selezione per prime, facendo scouting attraverso le auto-pubblicazioni e riproponendole successivamente nella filiera tradizionale.

Io non so se questo incasinato presente rappresenti il futuro dell’editoria mondiale e, in particolare di quella italiana. In tutta sincerità, mi augurerei qualcosa di meglio per gli autori e per il nostro paese, a partire da una seria riforma del settore fino a una tutela del diritto d’autore equa e corretta.

Riconosco, però, che al momento può essere una buona strada, soprattutto se fatta con gli stessi passaggi e la stessa serietà attuati in una casa editrice e, purtroppo, a oggi, una delle poche rimaste percorribili per un autore.

Prima i generi non esistevano e maestri come Shakespeare e Dickens mescolavano tutti gli elementi per catturare il lettore. Poi, chissà perché, sono nate le etichette: crime stories, giallo, fantasy, realismo. E persino le sottobranche: iperrealismo, realismo sociale... Ma un vero scrittore usa tutto. Perché tutte le storie, anche le più reali, sono piene di fumo e di specchi, e c’è sempre qualcuno dentro che sta su quel palcoscenico che è la mente del lettore.
Carlos Ruiz Zafón

Condivido in pieno questo pensiero di Zafón, perché sono convinta che non ci debba essere nessun paletto per chi scrive storie. Come lettrice sono molto aperta e curiosa, anzi, amo essere stupita. Mi piacciono molto le mescolanze e, anche se a volte non riescono al meglio, premio comunque il coraggio e l’azzardo di averci provato. Leggo una storia per quella che è, senza arrabbiarmi se esce dai canoni del genere di appartenenza.

Come autrice, vivo queste classificazioni più come un problema, perché se voglio proporre un’opera al mondo esterno, arrivare a dei lettori, passare attraverso una pubblicazione, la prima cosa che devo specificare è la sua collocazione. Questo sia nella scheda di presentazione per un editor o una casa editrice, sia per le categorie degli store online, nel caso di un’autopubblicazione.

C’è questo commerciale bisogno d’incasellare tutto in una categoria, di appiccicare un’etichetta, di creare un recinto nel quale rinchiudere la fantasia.


E c’è pure la richiesta dei lettori di generi specifici, spesso rigidi come i paletti in cui devi incastrare il racconto; lettori che non amano sorprendersi, anzi, godono della sicurezza di ritrovare cliché conosciuti e confortanti, che hanno da ridire se proponi qualcosa fuori da questi schemi.

Ma chi ammirerebbe i quadri di un pittore che usa sempre i soliti tre colori per dipingere lo stesso soggetto ripetendolo allinfinito? Già aggiungendo un colore nuovo si può ottenere un risultato completamente diverso.

Ho provato a spiegare molte volte che, per chi scrive, è sempre faticoso definire in quale genere si posiziona la propria opera. Primo perché quando arrivano gli spunti, che si trasformano soltanto dopo in una forma narrativa strutturata, non viene molto da pensare in quale categoria potrebbero porsi. Certo, in linea di massima, una storia che parla di astronavi è fantascienza e una che parla di omicidi un thriller o un giallo, ma poi ci si impantana in diversi sottogeneri a seconda di come l’omicidio viene raccontato

Secondo perché, per quanto mi riguarda, il racconto non è mai troppo semplice o lineare mentre si sviluppa e prende la sua forma definitiva: iniziano a incastrarsi eventi e fattori a cui i confini di una categoria rimangono troppo stretti. A quel punto non è possibile alterare quello che hai pensato / scritto, poiché potrebbe essere proprio il fattore che distingue una storia da tutte le altre simili.

Quindi Shakespeare e Dickens, ai loro tempi, non avranno avuto problemi, ma sono certa, pur non conoscendo il mercato editoriale spagnolo, che anche Zafón abbia classificato a fatica i suoi libri. Che sono mainstream (ovvero narrativa generale) ma anche un po’ mistery e forse un po’ gialli...
Vedete! Non è per niente facile.

Capite, quindi, quanto ancora più difficile sia per un autore, che conosce ogni piccolo dettaglio della sua storia, dare una classificazione quando gli chiedete a che genere appartiene ciò che scrive.



Quando ci si affaccia al mondo editoriale nei modi tradizionali (che, fino a oggi, sono quelli che conosco), si presenta spesso una questione dibattuta: l’opportunità o meno di ambientare all’estero un romanzo da parte di un autore italiano, soprattutto esordiente.

È un dilemma che forse riguarda più la narrativa generalista, o mainstream, ma viene posto anche a chi si dedica alla scrittura di genere. Ci sono filoni che per loro natura ne sono meno toccati, come il fantasy, l’urban fantasy o la fantascienza, benché molti autori italiani abbiano ormai provato a sperimentare e nazionalizzare con discreto successo anche elfi e vampiri in terra italica.

Non credo sia un paletto che si presenta a chi ricorre all’autopubblicazione, campo di cui conosco poco. Deduco che non dovendo passare dal giudizio di chi è nel settore, ma solo da quello dei lettori, questa legge non scritta venga ignorata. Mi piacerebbe conoscere i pareri sulla questione da questo tipo di autori.

Quello che so è che almeno fino al 2012, anno di uscita del mio primo romanzo, questo fumoso ostacolo ha incrociato la mia strada verso la pubblicazione nelle varie valutazioni a cui lo stesso veniva sottoposto.

Da allora, in soli cinque anni, i cambiamenti con l’avvento dell’autopubblicazione sono stati molti, ma credo che nelle polverose menti di qualche editore questo concetto astratto rimanga ancora. E ogni tanto sorge qualche polemica a rinfocolarlo, e la fatidica domanda torna fuori:


gli autori italiani possono ambientare all’estero le loro storie? 


Oppure, come le case editrici e i corsi di scrittura insegnano, è preferibile scrivere di ciò che si conosce e ambientare nel nostro paese?

Ci sono alcuni aspetti, a mio avviso, da tenere in considerazione. Non conosco le percentuali esatte, ma se penso alle migliaia di libri che ogni anno vengono tradotti, in prevalenza dal mercato anglosassone, i lettori sono ormai talmente esterofili per cui ambientazioni e nomi italiani diventano comici paragonati a quelli di metropoli estere o di protagonisti di thriller, horror, spionaggio e gialli.

Occorre tanta fiducia e investimento da parte di un editore nel proporre mondi diversi in questi generi. Una dimostrazione è la gavetta che pure i giallisti scandinavi hanno dovuto fare nel nostro paese, sdoganati e amati solo dopo diversi anni dalle prime pubblicazioni in Italia, sebbene il settore del giallo tiri moltissimo e abbia grandi esempi italiani di successo.

Spiace dirlo, ma un certo tipo di lettore, dei già scarsi nel nostro paese, è pigro e abitudinario, non ama sperimentare e non accoglie con lo stesso gusto e considerazione, soprattutto nella narrativa di genere, nomi e luoghi italiani.

Non sono una storica né un’analista, non so se questa forte esterofilia sia dovuta al dominio di mercato, e relativa colonizzazione delle forti case editrici anglosassoni, o se noi ne soffriamo particolarmente rispetto ad altri paesi europei non anglofoni a causa della proibizione che ci è stata imposta durante il fascismo. E se ne comprendo la necessità e l’impennata del dopoguerra, non ne capisco il disequilibrio attuale. Non so dare una spiegazione da addetta ai lavori, ma mi pongo spesso questa domanda.

Dal punto di vista di un autore, e non solo, la storia deve essere valida, ovvio. Senza questo si va poco lontano. Partendo da queste basi c’è chi ambienta in Italia, storico o contemporaneo che sia, per scelta, per ricchezza del nostro passato o per i luoghi del nostro paese.

Per quanto mi riguarda, quando mi arriva l’idea di una storia da raccontare, non mi pongo troppo il problema perché spesso sopraggiunge il pacchetto completo di personaggi e luogo di ambientazione. Per adesso è accaduto così, sia per i due romanzi che ho pubblicato sia per i progetti a cui sto lavorando.

A volte ci sono storie che devono per forza avere quel tipo di ambientazione, anche straniera, poiché ispirate da un fatto, da un posto, da qualcosa che hai visto e ti ha colpito. Vivendo in una città di provincia, questo non è molto apprezzato. O la mia è particolare – e un po’ lo è credetemi – dato che con vero spirito campanilistico esalta molto chi ambienta i suoi scritti qui, per cui, se non parli dei luoghi comuni che ci caratterizzano, ma hai uno sguardo oltre il solito orizzonte, sei ignorato.

A ogni modo, anche con tutta la buona volontà, quando ho iniziato a scrivere Il senso interno del tempo, l’idea è arrivata per intero, comprensiva di ambientazione. Dopo le prime letture professionali a cui l’ho sottoposto, mi è stato suggerito da più fonti di rispettare la famosa legge non scritta, ho provato a cercare un’alternativa, ma chi si sarebbe mai filato un famoso attore italiano? E quale prototipo sarebbe venuto in mente a chi lo leggeva... non oso immaginarlo!

Sono arrivata perfino a ipotizzare un cambio di professione del protagonista, rockstar italiana, artista visivo, poiché alcune tematiche del lavoro artistico di Nathan e del suo rapporto con esso, dovevano rimanere ed erano importanti per definirne il personaggio. Niente mi convinceva, perché ambientare in Italia quel tipo di professione non sarebbe mai stato ai massimi livelli come negli USA.

Il compromesso che ho trovato è stato quello di riscrivere il personaggio di Eva, che in origine era americana, e italianizzarla, famiglia compresa, con tutte le difficoltà: riconoscimenti, lauree, permessi lavorativi di soggiorno e tutto ciò che comporta la vita di una persona che studia e lavora all’estero.

Non ho la certezza matematica che sia stato questo a renderne possibile la pubblicazione o se il romanzo avrebbe funzionato lo stesso lasciando tutto com’era prima, fatto sta che nei nuovi, ulteriori invii alle case editrici è stato accettato da un editore indipendente.

A corollario di tutto questo, vorrei con ironia far notare la coerenza di molte case editrici che, dopo l'uscita de Il senso interno del tempo, hanno pubblicato romanzi di autrici italiane ambientati all'estero e con protagonisti stranieri; i titoli sono molti - basta scorrere le classifiche di Amazon - dove, evidentemente, non si è ritenuto necessario modificarne l'ambientazione, andando a sfatare così questa legge non scritta.

Che cosa se ne deduce, quindi? È vero che, come ho già scritto, con l’autopubblicazione l'editoria è molto cambiata, ma credo di poter affermare, dopo aver frequentato un po’ questo settore, che vale tutto e il suo contrario e che la legge non scritta sull’ambientazione conti quanto il due di briscola rispetto al fattore C.


Quando presenti il tuo romanzo in libreria, una delle domande che non manca mai, che viene formulata dal pubblico o da chi anima l’incontro, è sapere da dove arriva l’ispirazione per una storia.

Come ho già spiegato nella pagina dedicata ai romanzi, il nucleo è scaturito da un racconto del 2006. Voleva essere una storia breve sui contrasti fra un mondo tutto apparenza com’è quello di Hollywood, e anche il nostro senza andare troppo lontano, e la cruda realtà di un reparto di oncologia pediatrica e di come, attraverso una forte esperienza di volontariato e l’empatia che ne scaturisce, il protagonista potesse cambiare e maturare.

Non sapevo ancora a quale dei personaggi dovesse toccare la parte del medico, ma avevo una certezza: i due si conoscevano già e avevano lavorato insieme nel cinema. Dato che le idee arrivavano e il racconto prendeva sempre più spazio, ho cominciato a frequentare i miei primi corsi di scrittura creativa e a leggere molti dei testi didattici in questo campo. Ne cito uno su tutti, la mia “bibbia”: Story di Robert McKee.

Eva e Nathan, allora, si sono plasmati in ogni dettaglio: dalla loro infanzia alla vita attuale. A quel punto, ho capito che mi sarebbe piaciuto parlare di altri conflitti, di sconfitte, di rinascite, di come ogni persona provi a dare un senso, da cui proviene il titolo di ogni volume, a ciò che vive. Poiché la vita è relazione, anche per loro sono arrivati gli amici e i familiari a creare problemi, a gioire, a soffrire e riflettere con loro.

I dettagli tecnici, i coprotagonisti, le sotto-storie e trame secondarie, lasciatele costruire a chi scrive, chi legge deve solo godersi il risultato, ma niente è lasciato al caso nei romanzi. Mi sono documentata tantissimo perché il mondo della Mandala Series è grande.

L’ambientazione: fra Stati Uniti e Italia si toccano almeno quattro posti differenti; il cinema statunitense con le sue severe regole di lavoro, molto diverse dalle nostre; il grande passato della cinematografia italiana; i nativi americani e le odierne condizioni di vita nelle riserve; il welfare e i servizi sociali negli USA.

Gli argomenti più complicati sono stati i due temi principali trattati nei romanzi. Il punto di vista medico, risolto per merito di giornate di ricerca e per la disponibilità di un’amica oncologa che ha controllato tutto ciò che scrivevo riguardo ai procedimenti di donazione e trapianto del midollo, alla raccolta delle cellule staminali del cordone ombelicale a fini terapeutici, a come si svolge nei reparti pediatrici il volontariato con la clownterapia.

Ci tengo a ricordare le varie associazioni che si occupano di queste tematiche: ADMI, ADISCO, VIP Italia Onlus. Parlare di questo è stato anche un modo, quando presentavo i libri, di far conoscere alle persone che si può donare qualcosa di noi anche quando siamo perfettamente in salute.

Ho speso molti anni a scrivere il romanzo, nei miei ritagli di tempo e senza alcuna velleità di pubblicazione. Erano ancora i tempi in cui avevo un’idea romantica del mondo editoriale, che si è trasformata dopo i primi dieci invii del manoscritto. Dalle bocciature e dai pareri ricevuti, né obbligati né scontati, ho compreso che c’era bisogno di alcune aggiustature per aderire meglio alle richieste del mercato.

La storia era troppo lunga, improponibile per un esordio. Ho dovuto capire come dividere il romanzo e costruire dei finali intermedi per creare dei volumi diversi.
L’ambientazione estera. Nelle prime stesure entrambi i protagonisti erano americani e mi è stato suggerito da fonti diverse di “italianizzarlo” il più possibile. Non volendo snaturare troppo quello che avevo scritto, ho optato per un compromesso.

Con queste modifiche e ulteriori invii, Il senso interno del tempo è stato pubblicato nel 2012 con una bella accoglienza e tante richieste di un seguito. Una parte del materiale era già pronta, ma non era sufficiente per completare la storia come meritava. Ho impiegato diversi mesi per decidere chi avrebbe aiutato Eva e Nathan a raccontare la conclusione del loro amore e ho scelto la strada più difficile. Il merito va a un biscotto della fortuna, in una cena particolare con gli amici di sempre, in una serata dove si mettevano in gioco molti destini artistici. Il biglietto è sempre sul pc, davanti ai miei occhi, e recita: hai l’occasione di scegliere liberamente, mettici il coraggio.

Pur sapendo di rischiare l’impopolarità perenne nel proporre un maschio assolutamente non alfa in un libro che sconfina spesso nel romance, ho scelto di scommettere su James, fratello minore di Nathan, reso paraplegico a seguito di un incidente d’auto. Conoscevo solo in superficie quel tipo di vita, così sono ricominciate le ricerche in rete ma oltre agli ottimi siti in inglese, pieni di dettagli tecnici, avevo bisogno di sentire queste persone, di entrare nella loro testa e nella loro vita, così ho giocato d’azzardo di nuovo e mi sono iscritta a un loro forum.

Midollospaccato.forumfree.it è stato creato da un volenteroso ragazzo ed è frequentato da persone, uomini e donne, con una vita simile a quella di James. Credo di aver riletto il mio post di presentazione almeno dieci volte prima di premere invio, perché quando si entra nelle vite complicate degli altri lo si può fare solo con molto rispetto. Sono stata accolta, ascoltata, aiutata, brontolata e presa in giro quando scrivevo parti che non riflettevano la vita vera delle persone paraplegiche, ma troppo romanzata, ottimista e filtrata attraverso le mie sensazioni, quelle di una normodotata. Sono stata consigliata in maniera delicata e piena di rispetto quando ho dovuto toccare tasti difficili come l’intimità e il sesso. Sono nate delle belle conoscenze epistolari e con alcuni di loro mi tengo ancora in contatto ed è a loro che è dedicato Il senso del nostro amore.

Nella sua più recente evoluzione, la serie è approdata sulle piattaforme on line, rivista, corretta e ampliata con capitoli inediti e, per le regole di mercato, si è arricchita di nuovi volumi. Potete farvene un'idea precisa nella pagina a lei dedicata su questo blog.
Garantisco che, sebbene tocchi questi temi impegnativi, la Mandala Series è soprattutto una storia d’amore, complicata e moderna, con le sue pagine piene di luce dove si sorride leggeri davanti alle avventure dei protagonisti e si tifa nelle loro scelte e indecisioni. Come dico sempre: un libro è un lungo, solitario, percorso che arricchisce chi lo compie. Per me, questi, lo sono stati in modo profondo e spero di averlo saputo trasmettere anche a chi mi legge. Crescita personale ed emozioni diverse: solo la magia delle storie non cambia mai.

Qualche settimana fa riflettevo su quanto, negli ultimi tempi, esista una grande carenza di contenuti in campo cinematografico e letterario; una tendenza che continua a crescere. Non posso affermare di aver esaminato l’intera produzione mondiale, ovvio.

Ci sono le eccezioni – e confermo che esistono perché le trovo, per fortuna – ma penso di aver collezionato un discreto curriculum come lettrice e un buon bagaglio cinematografico, spaziando tra diversi generi d’intrattenimento. Al cinema le ultime uscite a grande budget riguardano soltanto supereroi, remake o ennesimi episodi di saghe. Una grande mancanza d’idee nuove, tra l’altro.

Amo molti di questi film dove, purtroppo, il contenuto è ormai lo stesso: cattivi contro buoni, senza mai un rischio di analisi ulteriore. Si riflette di più davanti a una produzione animata, un tempo considerata minore, che a quelle con attori in carne e ossa. Insomma, qualche anno fa perfino nell’intrattenimento commerciale si trovava contenuto narrativo senza bisogno di andarsi a cercare i film indipendenti del cinema scandinavo, sottotitolati.

Nel campo dei libri la situazione non migliora molto, narrativa letteraria o di genere che sia. Ho letto romanzi molto rinomati di autori in odore di Nobel o visto film candidati a prestigiosi premi e, dopo aver chiuso il libro o letto la parola fine sullo schermo, ho pensato: “E allora? Caro autore, cosa hai voluto trasmettere?”. Ho assistito spesso a un bellissimo esercizio di stile, letto una serie di vicende interessanti, magari anche imparato da te, scrittore super bravo, nuove tecniche e ardite sperimentazioni di scrittura, ma mi spiace: la tua storia non mi ha comunicato nulla.

Forse, per la mia formazione e per la mia età anagrafica, sbaglio io a cercare un messaggio o una riflessione che passi attraverso l’opera? Qualcosa che spieghi la sua creazione e il desiderio di raccontarla, e che non si limiti al solo intrattenimento? Non chiedo di pianificare a tavolino per veicolare contenuti, solo verificare se un messaggio implicito passa attraverso la narrazione e arriva a chi ne usufruisce, poiché quello che viene prodotto è indirizzato a un pubblico.

Oppure non c’è più voglia o desiderio per chi scrive, di raccontare quel qualcosa in più? E non che la narrativa di genere ne sia esentata con la scusa che è commerciale e che non le è richiesto: ricordo bene i densi spunti di riflessione contenuti nei libri fantasy di decenni fa o quanto la fantascienza facesse discutere sugli scenari futuristici.

Non sto parlando neanche di gusto personale, se un libro possa essere gradito o no, perché alcuni mi sono anche piaciuti. Mi riferisco proprio a ciò che la storia vuole trasmettere: che poi il messaggio possa soddisfare o no chi usufruisce del prodotto è un passo ancora successivo.

Il problema è che, troppo spesso, il contenuto è proprio assente, non pervenuto, vuoto. 


Vogliamo poi parlare di alcuni grandi successi per adolescenti – e non solo – in cui, al contrario, il contenuto esiste ma veicola una prospettiva sbagliata? E non mi riferisco a una rigida morale, ma ai valori universali scritti nella Dichiarazione dei Diritti dell’ONU.

Mi chiedo se queste scelte siano frutto di una precisa valutazione delle case editrici e di produzione cinematografiche per accontentare un pubblico che chiede solo questo tipo di storie, fatte per non rimettere i propri investimenti e andare sul sicuro. Oppure, chi scrive riflette il tempo e il modo in cui vive, per cui se non ha una ricca formazione personale non riesce a portare contenuti nemmeno dentro le sue storie?

La mia è un’opinione, ovvio, del tutto contestabile. Non pretende di analizzare opera per opera, come non ho voluto, di proposito, inserire titoli o autori di riferimento, ma solo offrire uno spunto di riflessione.


Amo scrivere, ma non amo buttare via le parole in questo tempo dove se ne sprecano fin troppe e, spesso, a sproposito. Anche il tempo è prezioso. Il poco che ho, libero dalla vita quotidiana, lo investo nella scrittura. Oppure sono lenta.

Non sono veloce a scrivere. Devo pensare, prima. Forse anche il tipo di sentimenti e i personaggi che descrivo hanno bisogno di essere meditati prima di arrivare su carta. Oppure io sono così e basta.

Senza scomodare Kundera, che ha scritto un bel libro sull'argomento, apprezzo la lentezza, quando posso permettermela, in controtendenza con quello che mi circonda. Devo pur dare una giustificazione reale al mio silenzio :)

Questi ultimi mesi li ho impiegati a finire la mia seconda fatica, non meno impegnativa della prima. Per molti aspetti, mi sentivo/sento più caricata di tante aspettative e ho molto timore, a partire dal tema che ho scelto di raccontare, abbastanza anomalo per una storia d'amore.

Anche questo, come "Il senso interno del tempo", è stato un viaggio e un confronto con una realtà che avevo solo sfiorato in passato. Un incontro con persone che mi hanno donato la loro ricchezza interiore, accompagnandomi in questo percorso di crescita. Perché per me, scrivere, è soprattutto questo. Soltanto per loro spero che il romanzo possa vedere presto la luce ed essere apprezzato, poiché meritano di far conoscere la loro realtà speciale. Quel che verrà in più, poi, andrà bene.

p.s. dicono che creare aspettative faccia parte del marketing

I rintocchi di mezzogiorno erano da poco svaniti in lontananza. Aprì gli occhi, mentre l’archetto scivolava lento sulle corde del vecchio violino.
Sarebbe arrivata tra poco. Lo sentiva.
Le dita scorrevano sui tasti del manico, in posizioni innaturali, dovute agli anni di studio, riuscendo a produrre suoni ammalianti ed evocativi. E la musica e il sole gli riscaldavano il cuore e la pelle.
I turisti si affannavano intorno a lui. Chi in coda per salire sulla torre più famosa del mondo, chi per fare una foto ricordo.
Suonare in quella piazza, gli suscitava ogni volta meraviglia e ispirazione.
Qualcuno lasciò cadere qualche moneta nella custodia aperta ai suoi piedi. Le banconote erano rare ma non gli importava. Viveva di suoni e libertà. E del raro privilegio di fare musica nei luoghi più belli del mondo, come e quando voleva.
Eccola.
Negli ultimi tre giorni l’aveva vista arrivare sempre alla stessa ora. Il leggero spolverino blu, sopra la divisa colorata del vicino ospedale universitario. Sedeva sugli scalini più lontani, tirava fuori un panino e un libro, non necessariamente nello stesso ordine. E trascorreva così quella che doveva essere la sua pausa pranzo. Ogni tanto fermava la lettura e osservava le persone che passavano.
E lui.
Di sicuro aveva apprezzato ciò che suonava. L’aveva vista scandire le melodie con il movimento ritmico del piede, ed anche sorridere nel riconoscere alcune delle arie riprodotte con tanta passione.
E da quando la ragazza arrivava, iniziava con orgoglio a sfoggiare il suo repertorio più bello. Arie tzigane, klezmer, ungheresi. Piene di brio e struggente nostalgia. Così calde e passionali da far sciogliere anche l’ascoltatore più distratto.

Francesca si scostò la lunga frangia dalla fronte e legò di nuovo i capelli castani con il fermaglio. Terminò il panino e sorseggiò la bibita. Con la mano schermò il sole e guardò nella direzione del musicista che da qualche giorno sostava fra la Torre Pendente e il Duomo.
Il suo aspetto trasandato poteva ingannare. In realtà non doveva superare i trent’anni. I capelli neri e ribelli erano raccolti in una coda. Il violino scassato, tenuto insieme con un elastico che girava attorno alla cassa per impedire che si aprisse in due pezzi, diventava pura magia tra le sue mani agili e forti. Una magia che non si stancava mai di ascoltare.
Si alzò, frugò nella tasca e si avvicinò al musicista. Per un breve momento ebbe l’opportunità di osservarlo da vicino. Aveva un naso importante, deciso, su dei lineamenti che sarebbero stati altrimenti troppo eleganti per un uomo. Con un movimento fluido si piegò per depositare una banconota tra i pochi spiccioli finora raccolti.
Lui fermò l’archetto e cercò i suoi occhi. Le sorrise.
Uno stridore di gomme e il brusio sempre più alto, ruppe quel denso, sospeso, silenzio. Francesca tornò sulla terra. L’attenzione catturata dalla fuga dei senegalesi abusivi che vendevano le solite cianfrusaglie.
Una pattuglia di vigili stava eseguendo un controllo.
Tornò a rivolgere l’attenzione al violinista, ma lui stava già scappando verso una delle vie d’accesso alla piazza.
″Aspetta!″ Fece un passo nella sua direzione e inciampò nella custodia dello strumento rimasta a terra.
″Aspetta! Ti prego...″
Chiuse in fretta la custodia, la raccolse e cercò di seguirlo ma dopo qualche decina di metri lo perse di vista.
Rimase così. In piedi, in mezzo alla gente che le passava accanto.
Un senso di tristezza e d’inspiegabile vuoto nel cuore.


Per la vigilia di San Ranieri non si poteva perdere lo spettacolo della Luminara.
Francesca amava i Lungarni chiusi al traffico, le facciate dei palazzi storici adornate da migliaia di lumini e il gran finale pirotecnico. Le barche illuminate che scivolano lente sulle acque dell’Arno, le davano l’impressione di tornare indietro nel tempo. Le amiche avevano insistito e lei non si era fatta pregare per un apericena in uno dei localini in zona mercato e per una lunga passeggiata in attesa dei fuochi d’artificio.
Almeno si sarebbe distratta dalla pesante giornata lavorativa e dalla sua recente ossessione.
Erano passati due giorni.
La custodia del violino era sempre poggiata in un angolo della sua camera. Aveva vinto il riserbo e vi aveva frugato dentro, nella speranza di trovare qualcosa che le permettesse di restituirla al legittimo proprietario, purtroppo senza grossi risultati. Al suo interno solo un’incisione: Janos – 1921.
Non aveva idea di cosa significasse. Né di come riconsegnarla al povero musicista, la cui perdita doveva significare molto anche in termini economici.
″Insomma, Franci! Che hai? Non hai visto quel tipo come ti guardava? Scommetto che voleva rimorchiarti.″
La sua amica Serena, con il solito buonumore, la riportò alla realtà.
″Dai, finisci il tuo Spritz che ci avviamo al Ponte di Mezzo. Sta per iniziare lo spettacolo. Quest’anno il Comune ha fatto le cose in grande.″
Terminò di bere e prese sottobraccio Serena. Quando arrivarono, l’esibizione era appena iniziata. Con un po' di pazienza si fecero strada e riuscirono ad arrivare vicino al palco.
Francesca non capì cosa accadde.
Forse furono le note iniziali di “The Prayer”, la sua canzone preferita, o l’attacco che partì da uno struggente violino. Con i brividi che le percorrevano la schiena, alzò lo sguardo.
Lui era lì.
Suonava a occhi chiusi, trasportato dalla sua musica. Affascinante, nel suo elegante smoking.
Lo ascoltò rapita fino al termine della canzone. Non riuscì nemmeno ad applaudire, tanto era bloccata dall’emozione.
Janos s’inchinò. Ringraziò la folla in delirio, soddisfatto della sua esecuzione. Nel mondo delle orchestre e dei concerti classici era considerato uno dei migliori solisti ma, davanti a un pubblico profano, la reazione era sempre temuta e inaspettata.
Poi, davanti a lui, un miracolo. Riconobbe il volto della ragazza misteriosa.
Fece qualche passo verso la ribalta, prese uno dei fiori dalle composizioni che ornavano il palco e glielo gettò con un sorriso, sotto lo sguardo stupefatto di chi la circondava, facendole segno di raggiungerlo dietro le quinte.
Aveva il tempo di un paio di pezzi, prima di suonare di nuovo. Ringraziò ancora il pubblico e si ritirò nel retro del palco.
Lei lo aspettava già. Il fiore in mano, i grandi occhi pieni d’incredulità e un sorriso imbarazzato e felice, solo per lui.
Stavolta, non lo avrebbero fermato le barriere linguistiche, le distanze, il lavoro, la carriera e la sua timidezza.
Nell’astuccio del violino, appartenuto al suo nonno ungherese e di cui portava con orgoglio il nome, aveva messo anche il suo cuore.
Sperò che lei volesse custodirlo per molto tempo a venire.
Back to Top