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(Foto credit: Unsplash; Foto dei pinguini: Baumgaertner)


L’ispirazione per questo romanzo mi è arrivata dalle fonti più disparate e ho iniziato a lavorarci nel settembre del 2021. Avevo raccolto già del materiale, colpita da alcuni fatti di cronaca relativi a tematiche ambientali, sia a livello locale che internazionale.

Da ragazzina sono stata iscritta per molto tempo al WWF e non ho smesso di seguire le attività di alcune associazioni ambientaliste. Soprattutto, ho iniziato a notare strane coincidenze di date ed eventi mentre effettuavo le mie ricerche. Anche la mia grande passione per il mondo sottomarino ha avuto la sua influenza nella genesi di questa storia.


Nel rileggere il materiale mi sono accorta che c’era un tema ad accomunare tutti questi stimoli che rimanevano impressi nella mia mente. Allora, ho provato a cercare un filo che potesse unire tutti questi pezzi, come cucire le tessere di una coperta patchwork, per creare qualcosa di concreto che meritasse di essere raccontato e potesse far riflettere su quanta bellezza la Terra ci dona ogni giorno e su quanto siamo interconnessi con il Pianeta a qualunque latitudine viviamo, come la pandemia ci ha dimostrato.


Ho vagliato a lungo se collocare la storia all’estero, magari in un acquario più famoso e blasonato invece di quello piccolo e di provincia della mia città, ma il problema ambientale è ormai eterogeneo a livello mondiale e quando è scattato il legame fra ecologia e Covid e la necessità della quarantena per i protagonisti, ho creduto che sarebbe stato bello raccontare qualcosa che conosco più da vicino, decidendo di situare il romanzo a Livorno.


Questa scelta di semplicità nell'ambientazione era molto più coerente anche con il modo in cui avevo deciso di narrare Kai e Viola e la loro storia. Un'altra sfida che mi sono posta è stata quella di parlare dell'amore che nasce fra persone che hanno un passato importante alle spalle, una figlia come nel caso di Viola, ma in una situazione normale: niente personaggi famosi, niente luoghi rinomati, niente drammi personali estremi per portare avanti la trama.


L'amore attraverso i piccoli gesti quotidiani è la frase richiamo del libro perché tutto il romanzo è improntato alla valorizzazione di ciò che diamo per scontato e insignificante a causa di questo nostro modo di vivere ultra moderno che spinge i bisogni (spesso inutili) di una società oltre i limiti, calpestando tutto quello che abbiamo a partire dalla nostra meravigliosa Terra.


Così Kai e Viola sono persone ordinarie con i loro problemi, ma con la maturità che li ha portati a risolversi, o a cercare di farlo, prima di decidere di stare insieme perché la vita è già tanto complicata con tutto quello che capita intorno.

Desideravo che questa storia fosse meno drammatica rispetto alle precedenti che ho scritto e sebbene non manchino elementi di contrasto fra i personaggi, l'intenzione era che apportasse una sensazione di benessere in chi l'avrebbe letta, facendo comunque riflettere sulle tematiche proposte attraverso il lavoro dei protagonisti.


Il tema ecologico e l'avvento del Covid-19 sono stati due spunti importanti per ripensare il nostro tempo e la connessione di tutto l'ecosistema del nostro pianeta. Kai e Viola mi hanno fornito la bellissima opportunità di approfondire realtà lontane come le spedizioni Antartiche e quelle vicine nella mia regione, in posti molto particolari come l'Arcipelago toscano e le sue terre quasi incontaminate.

Constatando purtroppo che, nonostante la distanza di migliaia di chilometri, i problemi di inquinamento sono gli stessi.

Anche in questo romanzo sono state molte le associazioni da cui ho largamente attinto informazioni: Greenpeace, Legambiente, FridayforFuture. Il mio cuore, però, stavolta è rimasto catturato dai meravigliosi progetti dei ricercatori del PNRA (Progetto Nazionale di Ricerche in Antartide) che mi riempiono ogni volta di meraviglia.


Le intenzioni di scrittura per questo romanzo erano molto chiare nella mia testa, la difficoltà era metterle su carta e renderle al meglio attraverso i personaggi.

Onestamente non credevo di riuscire a concludere questo libro: la vita si è messa nel mezzo e ho interrotto per molti mesi la sua stesura. Per questo rappresenta per me un doppio traguardo e una grandissima soddisfazione. 

Spero di avervi trasmesso un po' del dietro le quinte de Il mare guarisce, ma oltre quello che vi ho raccontato, so che i libri fanno sempre magie e ognuno troverà fra le sue pagine qualcosa che neanche io ho immaginato.


Buona lettura.

Fonte foto: Wikipedia

In Emma Perodi sono inciampata qualche anno fa a causa delle mie visite nel Casentino, una bellissima vallata toscana in provincia di Arezzo, dove ogni tanto vado a rigenerare lo spirito passeggiando nei suoi millenari boschi.
Visitando il castello di Poppi e parlando con le guide, venne fuori il nome di questa scrittrice contemporanea di Carlo Collodi, l'autore di Pinocchio. Sentendo le vicende della sua vita e delle sue opere, mi sono meravigliata che fosse una semi sconosciuta perfino a noi toscani ma, si sa, c'è molto da lavorare per recuperare il contributo delle donne alla cultura italiana.

Sebbene nata a Firenze nel 1850 da una famiglia di ceto medio-alto, Emma è amatissima nel Casentino che le ha perfino dedicato un parco letterario e ve ne spiegherò il motivo più avanti.
Giornalista, scrittrice per l’infanzia, traduttrice, romanziera, crebbe nell’ambiente agiato della borghesia fiorentina e si formò a Pisa e a Berlino, dove poté acquisire una cultura linguistica che le permise di lavorare come traduttrice dal tedesco, dall’inglese e dal francese per molte case editrici tra cui Salani.

Le sue prime prove giornalistiche uscirono sulla Gazzetta d’Italia e, sulle pagine della rivista Cornelia, abbracciò la causa femminile. Curò infatti una rubrica intitolata Le idee di Elena, in cui si descriveva la progressiva apertura di una giovane altolocata verso il mondo del lavoro operaio.
Trasferitasi a Roma, iniziò a dedicarsi alla letteratura per l’infanzia. Al 1881 risalgono i suoi primi contributi per il Giornale per i bambini, fondato a Roma da Ferdinando Martini e da lei diretto dal 1883, dopo l'uscita di Carlo Collodi.

Scrisse anche sul Popolo romano e sul Corriere della sera, pubblicò molti pezzi poi riuniti in volumi. All’attività di giornalista affiancò quella di scrittrice per adulti con moltissimi romanzi.
Nel 1895 dopo la morte dell'editore Perino, si trasferì a Palermo, assumendo la gestione della casa editrice di Salvatore Biondo.
Morì in Sicilia, nel 1918 a causa di una polmonite.

Emma Perodi, fu anche lei una pioniera del suo tempo, un po' come Nellie Bly negli Stati Uniti, (leggi l'articolo che ho dedicato a Bly qui) riuscendo a portare avanti in parallelo la duplice attività di giornalista e di scrittrice.
La sua produzione letteraria è vastissima ma l’intreccio fra la letteratura dell’infanzia e l’antropologia divenne centrale nell’opera alla quale più è legata la sua fama: le Novelle della nonna, pubblicate in settanta dispense e poi raccolte in cinque volumi fra il 1892 e il 1893 con il sottotitolo di Fiabe fantastiche per l’editore Perino (poi ripubblicate da Einaudi).
Fonte foto: sito Einaudi

Le Novelle della nonnache avrebbero impaurito anche Stephen King” è l'opera più conosciuta della scrittrice, già esperta di folclore italiano e studi antropologici, lettrice avida di testimonianze di cultura popolare, che proprio in quegli anni venivano raccolte da studiosi come Pitrè per trasformare l'antica tradizione orale in forma scritta.

Emma Perodi strutturò le sue novelle immaginando una voce narrante, la nonna Regina, che nell'arco di un anno, dalla notte di Natale al dicembre dell’anno successivo, accanto al fuoco o nell’aia estiva di un podere sulla via di Camaldoli, racconta quarantacinque novelle, delineando in sottofondo la storia della famiglia Marcucci di cui la nonna è uno dei membri.

I racconti sono organizzati in quattro parti, corrispondenti ai cicli stagionali del lavoro contadino. Una sorta di calendario che ci narra il ricco universo di fantasia creato da Emma Perodi e ambientato nel Casentino.
Una fervente immaginazione che inquadra le Novelle all'interno della letteratura fantastica dell’Ottocento: personaggi fiabeschi (nani, incantatrici, pastorelle, regine) convivono accanto a santi e figure protettrici radicate nella cultura cristiana, diavoli e potenze malefiche, anime dei defunti.


Intrisi di intenti educativi e di sentimenti nazionali, i racconti entrarono a pieno titolo nella letteratura giovanile grazie alle ristampe di Salani nelle collane di narrativa per ragazzi.
Il sopramondo, il sottomondo, precursore di Stranger Things, l'horror, il gotico dei cimiteri e delle anime: spettri, scheletri, defunti.
Ci sono tutti gli ingredienti per titolarla antesignana di King.

Nel luglio del 2018, con la riscoperta di questa scrittrice, e la collaborazione fra vari Enti, è stato deciso di dedicarle un parco letterario che si snoda con un percorso in diverse tappe nei luoghi dove sono ambientate le sue Novelle più conosciute.

Nello scrivere di lei, ho preso un po' le sue orme. Vi ho parlato del suo libro e del suo parco letterario ma Emma Perodi ha incrociato di nuovo la mia strada, scegliendo una via che arriva dal lontano: Lori Hetherington, traduttrice madrelingua dall'inglese che vive in Italia da molti anni.
Conquistata anche lei da questa scrittrice, ha deciso di tradurre le Novelle della Nonna per farle conoscere al mondo anglosassone.

Lori, si è prestata gentilmente a raccontarci qualcosa del suo lavoro di traduttore letterario e della particolare esperienza con Emma Perodi.

Ciao Lori, benvenuta! Vuoi presentarti brevemente ai lettori del blog? Nasci traduttrice madrelingua dall'inglese e poi ti avvicini alla scrittura, vuoi dirci qualcosa di te, del tuo percorso e di com'è nata la voglia di scrivere?

Grazie, Monica. È un piacere essere qui con te e i tuoi lettori. Sono approdata alla traduzione in modo piuttosto insolito. Quando sono arrivata in Italia, alle fine degli anni '80 non parlavo italiano ma, grazie ad alcuni anni di studio dello spagnolo a scuola, un buon orecchio per le lingue ereditato da mio padre e amici che mi correggevano, ho imparato a capire ed esprimermi nella lingua.
Non ho mai studiato né la lingua né la traduzione in modo formale ma, invece, li ho fatti miei vivendo ed esercitando giorno dopo giorno. Ci sono alcuni traduttori (anche famosi) che non sono mai vissuti nel paese dove la lingua che traducono viene parlata, forse può funzionare bene per loro ma non per me. Credo che questa mia esperienza mi aiuti a sentire, proprio sulla mia pelle, il testo che traduco. L’altro dettaglio che mi aiuta e che sono figlia di due giornalisti e la scrittura è sempre stata dentro di me; per tradurre bene, devi saper scrivere. Ora mi definisco una traduttrice, ghostwriter e scrittrice emergente.


Quando e come hai incontrato Emma Perodi? E perché ti ha così colpito da decidere di far conoscere le sue storie traducendole per il mercato di lingua inglese?

Il mio primo contatto con Emma Perodi è avvenuto negli anni '90. Stavo insegnando l’inglese a un gruppo di adulti e una sera la lezione era su “the family”. A un certo punto, abbiamo cominciato a parlare di nonne. Un signore nel gruppo, che aveva passato molte sere da bambino vicino al focolare della casa dei nonni ad ascoltare i racconti degli anziani, mi ha chiesto se conoscevo la nonna più famosa della Toscana. Il giorno dopo, sono andata in libreria a comprarmi una copia di ‘Le novelle della nonna. Fiabe fantastiche’ di Emma Perodi, cioè le favole raccontate dalla sua immaginaria Nonna Regina. A quell’epoca, non riuscivo a capire bene le novelle perché le mie capacità linguistiche erano ancora limitate. Ma hanno catturato la mia fantasia e sentivo un misterioso legame con l’autrice. Ora, a distanza, mi rendo conto che il modo in cui Emma Perodi con le sue novelle costruiva dei ponti, fra il passato e il suo presente, fra il misterioso e il quotidiano, fra i nobili e i contadini, fra un’Italia poco istruita e un paese che guardava al futuro, è proprio come il lavoro del traduttore che costruisce ponti fra due lingue e due culture. Poi, quando ho scoperto che la Perodi non era mai stata tradotta in inglese, mi sono sentita chiamata dal destino!

Che cosa ti ha colpito di più di questa donna dello scorso secolo? Cosa può insegnare a noi, donne e ragazze di oggi?

Emma Perodi è nata nel 1850, all’inizio di un periodo di cambiamenti non solo in Italia ma in altre nazioni. Ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia che potrebbe essere definita agiata; ha studiato, ha viaggiato. Avrebbe potuto scegliere una vita tranquilla, tradizionale, con un marito e figli. Invece, lei si sentiva motivata a scrivere e si è impegnata con tutte le sue forze in un mondo maschile per realizzare i suoi obbiettivi. Ha fatto alcune scelte controcorrente, ad esempio fumava il sigaro ed era una ragazza madre, e ha continuato sulla sua strada. La vita di Emma Perodi offre delle lezioni di vita che possono servire a tutte noi (donne): se c’è qualcosa che vuoi veramente, impegnati con tutto tuo cuore, non fermarti; se tu sei diversa, non permettere agli altri di escluderti perché tu sei così; vivi la tua vita in pienezza. Tutto sommato, non siamo consapevoli di tantissime figure femminile dal passato che ci fanno da guida, da modello. Secondo me, il problema non è che non ci siano state ma che sono state sempre nascoste. Vanno scoperte.

So che il libro ha avuto una lunga fase di lavoro e ricerca. Cosa significa tradurre un autore?

Questa è stata la prima volta che ho lavorato a un testo scritto da un autore defunto. Non è facile intuire sempre le sfumature o comunque i dettagli che non sono arrivati sulla pagina. A volte mi fermavo durante la traduzione e cercavo d'immaginare Emma nella sua stesura, di sentire la sua voce. Dall’altra parte, avevo la libertà di interpretare il testo come pareva a me senza il rischio di deludere l’autore. Però sentivo lo stesso la pressione di dover fare un bel lavoro. Quando collaboro con un autore, mi piace stabilire un rapporto personale. Credo di riuscire, così, ad entrare meglio nella sua testa e, di conseguenza, a tradurre meglio i suoi scritti. Le parole che scelgo per la traduzione sono mie ma i personaggi e la storia appartengono all’autore e, quindi, credo di rendere meglio la sua storia se ho un dialogo diretto con lei o lui.

C'è stata una parte più complicata che hai dovuto affrontare nel tradurre “Le novelle della nonna”?

La prima difficoltà era decidere quale novella tradurre dalla collezione originale delle 45, per una lunghezza di circa 500 pagine. Sarebbe stato troppo laborioso tradurle tutte e, essendo un libro di nicchia, anche un rischio commerciale. Inoltre, la narrazione prende forma su due piani e quindi non potevo scegliere novelle qua e là senza perdere l’arco narrativo della storia di cornice. 
Per mesi, ho pensato come risolvere questo problema. Alla fine, ho deciso di tradurre solo i primi dieci capitoli, completando l’arco narrativo con un capitolo conclusivo prima dell'epilogo originale della Perodi. E sembra che questa sia stata una scelta giusta: i lettori mi dicono che apprezzano la storia di cornice quanto le favole.
La seconda sfida era come tradurre una realtà non conosciuta dai lettori, cioè la vita nella campagna toscana di fine '800. Per risolvere questo ho dovuto aggiungere qualche volta piccole frasi, generalmente poche parole, che rendono il contesto senza esagerare, mantenendo una giusta misura dell'esotico. Infatti, un lettore, spesso sceglie un libro in traduzione proprio per questa qualità originale, come andare in vacanza in un luogo lontano e molto diverso dalla vita di tutti i giorni. Quando si traduce, ci sono sempre difficoltà che richiedono creatività per trovare una soluzione e non c’è mai una sola soluzione o una che è giusta e un’altra sbagliata.

Sei stata invitata in diversi convegni dedicati a Emma Perodi. C'è, finalmente anche da noi, la volontà di riscoprire le autrici italiane del passato, rimaste spesso nell'ombra. So che è stato dedicato anche un parco letterario a questa scrittrice, ci racconti qualcosa di queste tue esperienze?

Per ricordare i cent’anni dalla morte di Emma Perodi, nel 2018-19 c’è stata la mostra itinerante ‘Il Fantastico Mondo di Emma Perodi’ allestita in varie parti d’Italia e con una serie di eventi. Emma Perodi è nata nella provincia di Firenze (a Cerreto Guidi), è vissuta per vent’anni a Roma e poi ha trascorso i suoi ultimi anni a Palermo: la mostra ha toccato tutte e tre le città.
All’evento inaugurale alla Biblioteca delle Oblate a Firenze ho letto, per la prima volta in pubblico, l’incipit della mia traduzione. Ero molto emozionata, un primo passo verso la realizzazione di un sogno. Poi, per l’evento di chiusura della mostra, sono stata invitata a Palermo per parlare della mia esperienza di tradurre Emma Perodi.
Di recente sono stata a Roma per partecipare al convegno ‘Emma Perodi: il periodo romano (1878-1898)’. È sempre un vero piacere condividere la mia passione per questa grande scrittrice che sta riemergendo fra i lettori moderni. Per quanto riguarda il parco letterario, si trova nel Casentino, una zona della Toscana incantevole e poco sfruttata. Anche se la Perodi ha azionato la sua fantasia per le sue novelle, i luoghi sono veri. Conosco bene quella parte della Toscana perché ci sono andata moltissime volte (e continuo ad andarci quando posso) per immergermi nella natura. Una zona che veramente merita una visita.

So quanto il tuo percorso di traduzione e scrittura, anche come ghostwriter, sia frutto di studio, umiltà e sacrifici e penso che sia tutto meritatissimo, però sono curiosa: stai già elaborando nuovi progetti? Su commissione o più personali?

Grazie, Monica, per questa osservazione, cerco sempre di fare del mio meglio. Mi piace variare nel mio lavoro e mi ritengo fortunata perché sento passione per quello che faccio.
Attualmente, sto traducendo un giallo storico ambientato negli anni prima e dopo la Seconda Guerra mondiale che coinvolge un grande personaggio dal mondo della musica. Sono molto in sintonia con l’autore indipendente del libro e visto che questo è il primo di una serie, spero di tradurre gli altri negli anni a venire. Per quanto riguarda i miei scritti, ho un manoscritto incompiuto che riappare di tanto in tanto, ma quando sono nel mezzo di una traduzione, trovo difficile lavorare ai miei personaggi: in questo caso, è la storia di una donna che si trova in una cittadina del Nevada al fine 800/inizio 900. Alcuni personaggi cercano la ricchezza o scappano da qualcosa; lei cerca la libertà di essere se stessa.
E, infine, spero fra qualche anno possa esserci una nuova edizione della mia traduzione di Emma Perodi che possa raggiungere ancora di più i lettori anglofoni. 

Grazie, Lori, di averci fatto conoscere Emma Perodi e di averci parlato di lei e del tuo lavoro con tanta passione.

 


Giugno è il mese del Pride, una ricorrenza fondamentale per la comunità Lgbtq+ che scende nelle piazze per far sentire la propria voce e rivendicare quei diritti che molto spesso le vengono negati. Ancora oggi è necessario battersi per l'uguaglianza e l'inclusione affinché tutt* siano amati e rispettati visto che, ogni giorno e troppe volte, avviene esattamente il contrario.

Oscar Wilde, Pier Paolo Pasolini, Virginia Woolf, Marguerite Yourcenar... la lista di scrittrici e scrittori gay è ricchissima in Italia e all’estero. Soprattutto per coloro che hanno vissuto nei secoli scorsi, fare coming out significava andare contro la società e pagare con l'emarginazione, la prigione o la vita, il fatto di essere diversi. 

Oscar Wild fu processato e condannato a due anni di lavori forzati per «gross public indecency», come era definita l'omosessualità dalla legge penale inglese e morì per le conseguenti privazioni patite in carcere.
Pier Paolo Pasolini venne ucciso brutalmente nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 in circostanze ancora oscure.
Marguerite Yourcenar non pagò con la vita la sua relazione stabile con Grace che durò quarant'anni, ma essere una donna lesbica negli anni Trenta non era facile e per diversi decenni visse in condizioni economiche molto precarie.
La grande Virginia Woolf, come moltissime donne della sua generazione, dissimulò il suo essere dietro un matrimonio di facciata, con una depressione che la accompagnò tutta la vita e che la portò al suicidio ma, proprio di recente a questo aspetto, stanno dedicando studi e pubblicazioni che portano nuova luce sulla scrittrice.

Oltre a quelli sopracitati, molti grandi autori classici hanno affrontato questa tematica nei loro romanzi. Proprio per il momento storico in cui sono usciti e per la fama che hanno raggiunto, spero abbiano contribuito a far comprendere al "grande pubblico" qualcosa di più della realtà e dei sentimenti che molte persone vivono intorno a noi, spesso nascondendosi.
Quelli che vi propongo in questo articolo sono solo un cenno fra le centinaia di pubblicazioni uscite soprattutto negli ultimi anni.

Nel suo "Orlando", Virginia Woolf attraverso un escamotage narrativo, mette in discussione lo standard binario di genere, portando in superficie la distinzione tra il sesso biologico e quello “sociale".

"Il colore viola" di Alice Walker⁠ non può essere definito soltanto una storia di tipo lesbo; questo libro affronta temi come il patriarcato, il femminismo, i diritti civili, i soprusi e le violenze, soprattutto nei confronti delle donne, nell'America dei primi anni del '900.

"La ragazza dello Sputnik" di Haruki Murakami: Sumire e Myu, cominciano a passare tempo insieme quando Sumire, che sogna di diventare scrittrice, viene assunta come segretaria personale di Myu. La loro storia è raccontata attraverso gli occhi di un uomo, il segretario di Myu.

⁠Fra gli autori più recenti che ho letto, ho apprezzato molto "La casa sul mare celeste" di TJ Klune, benché fosse indirizzato a un target Young Adult, ho trovato questa storia divertente, delicata, commovente e molto inclusiva.

Sull'osannato "Chiamami con il tuo nome" di André Aciman mi riservo. Sebbene sia un buon romanzo non è entrato nelle mie corde, in modo particolare. Non ho provato molta empatia con i protagonisti, soprattutto per la figura di Oliver.

Il mio preferito su tutti rimane, però, “Memorie di Adriano” di Margarite Yourcenar. Un capolavoro scritto in forma epistolare, narrato in prima persona dal protagonista, l’imperatore Adriano, ultrasessantenne e malato. Si tratta di un romanzo storico, in forma di una lunga lettera con il giovane Marco Aurelio (che diverrà anch’esso imperatore); un denso resoconto di accadimenti e meditazioni sulla vita.

Adriano filosofo, cultore della bellezza, dell’arte e della poesia, dell’astronomia e della musica, astuto leader politico che svela anche, oltre il ritratto pubblico, la sua parte più intima e fragile. Il suo amore per Antinoo, uomo molto più giovane, è narrato da Yourcenar con profondità unica, fino all’epilogo dove l'amante muore suicida, con straziante ed irreversibile dolore.

Un grande romanzo che mi ha folgorato a vent'anni e che ho riletto con la stessa passione durante il primo lockdown del 2020. Mi ha fatto riflettere su molti temi della vita, insegnato ad amare la bellezza dell'arte, comunicato l'importanza della riflessione profonda, mentre - da modesta scrittrice - ammiravo la bravura di Yourcenar nel raccontare la Storia e renderla potentemente attuale e vicina a ognuno di noi.

Se non avete ancora una di queste opere in lista di lettura, ve la consiglio da appassionata lettrice.


Dopo diverso tempo dall'ultimo post sul blog, torno a parlare di scrittura e in particolare di quanti e in quali modi i libri (e i film e le serie tv) che amiamo tanto, possono essere conclusi
Lo spunto per scrivere questo articolo mi è venuto leggendo le molte recensioni lasciate sia su Amazon che nel mondo del Bookstragram. Mi diverte molto scorrere i commenti e i pensieri dedicati a romanzi che io stessa ho letto e vedere com'è diverso l'atteggiamento degli altri lettori.

Quelle che mi fanno sorridere di più sono le recensioni inviperite contro i finali aperti, odiati dalla maggioranza e colpevoli, secondo chi legge, di violare il patto con il lettore.
(Breve precisazione: il finale aperto è fine a se stesso e lascia un voluto senso di sospensione. Scegliere questa strada non è una giustificazione per abbandonare in maniera sconclusionata gli snodi narrativi della storia, sia chiaro.)

Il finale sospeso (o cliffhanger, dall'inglese) è una interruzione della storia in corrispondenza di un colpo di scena o di un altro momento culminante, caratterizzato da forte suspense. (In questo caso abbiamo una combinazione di aperto+sospeso.) 
Nelle serie o nelle saghe, anche in campo cinematografico, il finale aperto è quasi una regola che spesso coincide con il sospeso e un colpo di scena (plot twist), per invogliare il lettore a proseguire la lettura (o l'episodio successivo della serie tv), mentre è più raro nei romanzi autoconclusivi che usano per la maggior parte un finale chiuso.

Come lettrice a me non crea fastidio il fatto che si permetta alla mia fantasia di colmare la conclusione "mancata" con una o, magari, più possibilità di finale, purché la sospensione sia coerente con la storia narrata fino a quel momento.
Confesso che spesso le idee migliori per scrivere le mie di storie, mi sono arrivate proprio nell'immaginare dei finali alternativi di romanzi che ho molto amato.

Come autore credo che riuscire a essere generosi con la propria creazione e lasciare ai lettori questa possibilità, sia uno dei regali più belli che possano essere fatti: una spinta a sviluppare la creatività che dimora in ognuno di noi

Oltre a quelli sopra citati esiste poi il lieto fine, usato nelle storie per l'infanzia e nella narrativa rosa. Anche se prevedibile è un finale d’obbligo per questi generi. Di certo è uno dei più popolari. La difficoltà sta nel renderlo meno banale possibile, cosa per niente scontata.

Invece, quello a sorpresa, è tipico del giallo e del suspence, anche se ci sono esempi di narrativa classica che ne fanno uso, il primo che mi viene in mente è "Espiazione" di Ian McEwan. 

Il finale circolare ritorna sul concetto o sulle parole espresse nell'incipit del romanzo per chiudere idealmente il cerchio della storia narrata. 

In media res, è un finale che non indica una fine vera e propria della storia ma solo il punto in cui termina la narrazione. Il romanzo, cioè, racconta la sua storia focalizzandosi in un arco narrativo delimitato fra due eventi, permettendo al lettore di essere spettatore solo di quello. 
Dai molti libri che ho letto negli ultimi anni, ho l'impressione che sia lo stile più usato al momento nella narrativa contemporanea italiana. Devo confessare che, personalmente, non mi entusiasma.

A volte, al termine di un romanzo, troviamo un epilogo. Questo non si può definire un vero e proprio finale ma più un'aggiunta alla storia, come accade con il prologo all'inizio. È utile per far conoscere gli sviluppi futuri della vicenda a distanza di anni, è impiegato soprattutto nelle serie anche per una questione affettiva con i lettori.

Nelle storie che leggete o scrivete, non è detto che si debba scegliere per forza un solo tipo di finale. Il finale misto può essere una combinazione di vari finali, modellati proprio sul tipo di romanzo o racconto che si sta scrivendo. 

Pensando alla mia produzione, per esempio, sono stati diversi quelli che ho istintivamente messo sulla carta. Nei tre libri della Mandala Series:

Il senso interno del tempo: finale aperto
Il senso di una promessa: finale aperto + sospeso
Il senso del nostro amore: chiuso + lieto fine + circolare

Il mare guarisce (autoconclusivo): chiuso + lieto fine
Niente è come sembra (autoconclusivo): chiuso + lieto fine
 + (piccolo accenno di circolare)

Spero che questa riassuntiva panoramica possa tornarvi utile per diventare lettori o autori più preparati nel riconoscere il tipo di finale che è stato usato nei vostri libri preferiti.

⁠Pensando ai libri che avete letto, avete fatto qualche collegamento interessante? 
Ci sono stati dei libri la cui lettura vi ha deluso nel finale?
Per quanto mi riguarda, molte volte.

Qualche settimana fa riflettevo su quanto, negli ultimi tempi, esista una grande carenza di contenuti in campo cinematografico e letterario; una tendenza che continua a crescere. Non posso affermare di aver esaminato l’intera produzione mondiale, ovvio.

Ci sono le eccezioni – e confermo che esistono perché le trovo, per fortuna – ma penso di aver collezionato un discreto curriculum come lettrice e un buon bagaglio cinematografico, spaziando tra diversi generi d’intrattenimento. Al cinema le ultime uscite a grande budget riguardano soltanto supereroi, remake o ennesimi episodi di saghe. Una grande mancanza d’idee nuove, tra l’altro.

Amo molti di questi film dove, purtroppo, il contenuto è ormai lo stesso: cattivi contro buoni, senza mai un rischio di analisi ulteriore. Si riflette di più davanti a una produzione animata, un tempo considerata minore, che a quelle con attori in carne e ossa. Insomma, qualche anno fa perfino nell’intrattenimento commerciale si trovava contenuto narrativo senza bisogno di andarsi a cercare i film indipendenti del cinema scandinavo, sottotitolati.

Nel campo dei libri la situazione non migliora molto, narrativa letteraria o di genere che sia. Ho letto romanzi molto rinomati di autori in odore di Nobel o visto film candidati a prestigiosi premi e, dopo aver chiuso il libro o letto la parola fine sullo schermo, ho pensato: “E allora? Caro autore, cosa hai voluto trasmettere?”. Ho assistito spesso a un bellissimo esercizio di stile, letto una serie di vicende interessanti, magari anche imparato da te, scrittore super bravo, nuove tecniche e ardite sperimentazioni di scrittura, ma mi spiace: la tua storia non mi ha comunicato nulla.

Forse, per la mia formazione e per la mia età anagrafica, sbaglio io a cercare un messaggio o una riflessione che passi attraverso l’opera? Qualcosa che spieghi la sua creazione e il desiderio di raccontarla, e che non si limiti al solo intrattenimento? Non chiedo di pianificare a tavolino per veicolare contenuti, solo verificare se un messaggio implicito passa attraverso la narrazione e arriva a chi ne usufruisce, poiché quello che viene prodotto è indirizzato a un pubblico.

Oppure non c’è più voglia o desiderio per chi scrive, di raccontare quel qualcosa in più? E non che la narrativa di genere ne sia esentata con la scusa che è commerciale e che non le è richiesto: ricordo bene i densi spunti di riflessione contenuti nei libri fantasy di decenni fa o quanto la fantascienza facesse discutere sugli scenari futuristici.

Non sto parlando neanche di gusto personale, se un libro possa essere gradito o no, perché alcuni mi sono anche piaciuti. Mi riferisco proprio a ciò che la storia vuole trasmettere: che poi il messaggio possa soddisfare o no chi usufruisce del prodotto è un passo ancora successivo.

Il problema è che, troppo spesso, il contenuto è proprio assente, non pervenuto, vuoto. 


Vogliamo poi parlare di alcuni grandi successi per adolescenti – e non solo – in cui, al contrario, il contenuto esiste ma veicola una prospettiva sbagliata? E non mi riferisco a una rigida morale, ma ai valori universali scritti nella Dichiarazione dei Diritti dell’ONU.

Mi chiedo se queste scelte siano frutto di una precisa valutazione delle case editrici e di produzione cinematografiche per accontentare un pubblico che chiede solo questo tipo di storie, fatte per non rimettere i propri investimenti e andare sul sicuro. Oppure, chi scrive riflette il tempo e il modo in cui vive, per cui se non ha una ricca formazione personale non riesce a portare contenuti nemmeno dentro le sue storie?

La mia è un’opinione, ovvio, del tutto contestabile. Non pretende di analizzare opera per opera, come non ho voluto, di proposito, inserire titoli o autori di riferimento, ma solo offrire uno spunto di riflessione.

C'è stata l'estate, il guasto alla linea telefonica e tutta una serie di intoppi che si sono messi nel mezzo. Alcuni tecnici, altri morali. Posto poco, lo so, e immagino che alla maggior parte di chi segue il mio mini blog o ha piacizzato la mia pagina Facebook di autrice nemmeno arriva ciò che posto e all'altra metà a cui arriva interessa poco e anche meno vista la poca interazione che mi ritorna.

Del resto, non amo "spammare" dieci volte il giorno, non metto tartarughe maschili e annessi e connessi, quindi se parlo di poesia, cinema, libri non è che posso pretendere grandi commenti. La cultura, è risaputo, non tira.

In più aggiungiamo che non ho novità letterarie da proporre ai voraci lettori di oggi che macinano in una settimana quello che a me occorre mesi, se non anni, per scrivere. Non sono un'autrice seriale che sforna a ritmi americani, come tante mie italiche colleghe, che ammiro per questo, non stresso la gente che mi legge per avere una recensione e non amo tutte quelle tecniche che sono in uso o che, almeno, chi s'intende di queste cose dice di fare e di chiedere ai tuoi lettori.

E poi ci sono altri problemi legati ai miei libri che non dipendono da me ma che inficiano e influiscono sulla loro reperibilità e sul mio umore. E poi ho una vita personale piuttosto agitata in questi ultimi mesi. Questi sono alcuni dei motivi con cui posso spiegare il mio assente silenzio del momento, sempre che a qualcuno interessi.

Il bello è che non so nemmeno dire come proseguirà questa storia della scrittura, perché a differenza di quelle che invento, sono solo spettatrice in tutto questo. E Snoopy ha proprio ragione: non solo scrivere è un duro lavoro ma lo è di più tutto quello che vi ruota intorno.




Amo scrivere, ma non amo buttare via le parole in questo tempo dove se ne sprecano fin troppe e, spesso, a sproposito. Anche il tempo è prezioso. Il poco che ho, libero dalla vita quotidiana, lo investo nella scrittura. Oppure sono lenta.

Non sono veloce a scrivere. Devo pensare, prima. Forse anche il tipo di sentimenti e i personaggi che descrivo hanno bisogno di essere meditati prima di arrivare su carta. Oppure io sono così e basta.

Senza scomodare Kundera, che ha scritto un bel libro sull'argomento, apprezzo la lentezza, quando posso permettermela, in controtendenza con quello che mi circonda. Devo pur dare una giustificazione reale al mio silenzio :)

Questi ultimi mesi li ho impiegati a finire la mia seconda fatica, non meno impegnativa della prima. Per molti aspetti, mi sentivo/sento più caricata di tante aspettative e ho molto timore, a partire dal tema che ho scelto di raccontare, abbastanza anomalo per una storia d'amore.

Anche questo, come "Il senso interno del tempo", è stato un viaggio e un confronto con una realtà che avevo solo sfiorato in passato. Un incontro con persone che mi hanno donato la loro ricchezza interiore, accompagnandomi in questo percorso di crescita. Perché per me, scrivere, è soprattutto questo. Soltanto per loro spero che il romanzo possa vedere presto la luce ed essere apprezzato, poiché meritano di far conoscere la loro realtà speciale. Quel che verrà in più, poi, andrà bene.

p.s. dicono che creare aspettative faccia parte del marketing

I rintocchi di mezzogiorno erano da poco svaniti in lontananza. Aprì gli occhi, mentre l’archetto scivolava lento sulle corde del vecchio violino.
Sarebbe arrivata tra poco. Lo sentiva.
Le dita scorrevano sui tasti del manico, in posizioni innaturali, dovute agli anni di studio, riuscendo a produrre suoni ammalianti ed evocativi. E la musica e il sole gli riscaldavano il cuore e la pelle.
I turisti si affannavano intorno a lui. Chi in coda per salire sulla torre più famosa del mondo, chi per fare una foto ricordo.
Suonare in quella piazza, gli suscitava ogni volta meraviglia e ispirazione.
Qualcuno lasciò cadere qualche moneta nella custodia aperta ai suoi piedi. Le banconote erano rare ma non gli importava. Viveva di suoni e libertà. E del raro privilegio di fare musica nei luoghi più belli del mondo, come e quando voleva.
Eccola.
Negli ultimi tre giorni l’aveva vista arrivare sempre alla stessa ora. Il leggero spolverino blu, sopra la divisa colorata del vicino ospedale universitario. Sedeva sugli scalini più lontani, tirava fuori un panino e un libro, non necessariamente nello stesso ordine. E trascorreva così quella che doveva essere la sua pausa pranzo. Ogni tanto fermava la lettura e osservava le persone che passavano.
E lui.
Di sicuro aveva apprezzato ciò che suonava. L’aveva vista scandire le melodie con il movimento ritmico del piede, ed anche sorridere nel riconoscere alcune delle arie riprodotte con tanta passione.
E da quando la ragazza arrivava, iniziava con orgoglio a sfoggiare il suo repertorio più bello. Arie tzigane, klezmer, ungheresi. Piene di brio e struggente nostalgia. Così calde e passionali da far sciogliere anche l’ascoltatore più distratto.

Francesca si scostò la lunga frangia dalla fronte e legò di nuovo i capelli castani con il fermaglio. Terminò il panino e sorseggiò la bibita. Con la mano schermò il sole e guardò nella direzione del musicista che da qualche giorno sostava fra la Torre Pendente e il Duomo.
Il suo aspetto trasandato poteva ingannare. In realtà non doveva superare i trent’anni. I capelli neri e ribelli erano raccolti in una coda. Il violino scassato, tenuto insieme con un elastico che girava attorno alla cassa per impedire che si aprisse in due pezzi, diventava pura magia tra le sue mani agili e forti. Una magia che non si stancava mai di ascoltare.
Si alzò, frugò nella tasca e si avvicinò al musicista. Per un breve momento ebbe l’opportunità di osservarlo da vicino. Aveva un naso importante, deciso, su dei lineamenti che sarebbero stati altrimenti troppo eleganti per un uomo. Con un movimento fluido si piegò per depositare una banconota tra i pochi spiccioli finora raccolti.
Lui fermò l’archetto e cercò i suoi occhi. Le sorrise.
Uno stridore di gomme e il brusio sempre più alto, ruppe quel denso, sospeso, silenzio. Francesca tornò sulla terra. L’attenzione catturata dalla fuga dei senegalesi abusivi che vendevano le solite cianfrusaglie.
Una pattuglia di vigili stava eseguendo un controllo.
Tornò a rivolgere l’attenzione al violinista, ma lui stava già scappando verso una delle vie d’accesso alla piazza.
″Aspetta!″ Fece un passo nella sua direzione e inciampò nella custodia dello strumento rimasta a terra.
″Aspetta! Ti prego...″
Chiuse in fretta la custodia, la raccolse e cercò di seguirlo ma dopo qualche decina di metri lo perse di vista.
Rimase così. In piedi, in mezzo alla gente che le passava accanto.
Un senso di tristezza e d’inspiegabile vuoto nel cuore.


Per la vigilia di San Ranieri non si poteva perdere lo spettacolo della Luminara.
Francesca amava i Lungarni chiusi al traffico, le facciate dei palazzi storici adornate da migliaia di lumini e il gran finale pirotecnico. Le barche illuminate che scivolano lente sulle acque dell’Arno, le davano l’impressione di tornare indietro nel tempo. Le amiche avevano insistito e lei non si era fatta pregare per un apericena in uno dei localini in zona mercato e per una lunga passeggiata in attesa dei fuochi d’artificio.
Almeno si sarebbe distratta dalla pesante giornata lavorativa e dalla sua recente ossessione.
Erano passati due giorni.
La custodia del violino era sempre poggiata in un angolo della sua camera. Aveva vinto il riserbo e vi aveva frugato dentro, nella speranza di trovare qualcosa che le permettesse di restituirla al legittimo proprietario, purtroppo senza grossi risultati. Al suo interno solo un’incisione: Janos – 1921.
Non aveva idea di cosa significasse. Né di come riconsegnarla al povero musicista, la cui perdita doveva significare molto anche in termini economici.
″Insomma, Franci! Che hai? Non hai visto quel tipo come ti guardava? Scommetto che voleva rimorchiarti.″
La sua amica Serena, con il solito buonumore, la riportò alla realtà.
″Dai, finisci il tuo Spritz che ci avviamo al Ponte di Mezzo. Sta per iniziare lo spettacolo. Quest’anno il Comune ha fatto le cose in grande.″
Terminò di bere e prese sottobraccio Serena. Quando arrivarono, l’esibizione era appena iniziata. Con un po' di pazienza si fecero strada e riuscirono ad arrivare vicino al palco.
Francesca non capì cosa accadde.
Forse furono le note iniziali di “The Prayer”, la sua canzone preferita, o l’attacco che partì da uno struggente violino. Con i brividi che le percorrevano la schiena, alzò lo sguardo.
Lui era lì.
Suonava a occhi chiusi, trasportato dalla sua musica. Affascinante, nel suo elegante smoking.
Lo ascoltò rapita fino al termine della canzone. Non riuscì nemmeno ad applaudire, tanto era bloccata dall’emozione.
Janos s’inchinò. Ringraziò la folla in delirio, soddisfatto della sua esecuzione. Nel mondo delle orchestre e dei concerti classici era considerato uno dei migliori solisti ma, davanti a un pubblico profano, la reazione era sempre temuta e inaspettata.
Poi, davanti a lui, un miracolo. Riconobbe il volto della ragazza misteriosa.
Fece qualche passo verso la ribalta, prese uno dei fiori dalle composizioni che ornavano il palco e glielo gettò con un sorriso, sotto lo sguardo stupefatto di chi la circondava, facendole segno di raggiungerlo dietro le quinte.
Aveva il tempo di un paio di pezzi, prima di suonare di nuovo. Ringraziò ancora il pubblico e si ritirò nel retro del palco.
Lei lo aspettava già. Il fiore in mano, i grandi occhi pieni d’incredulità e un sorriso imbarazzato e felice, solo per lui.
Stavolta, non lo avrebbero fermato le barriere linguistiche, le distanze, il lavoro, la carriera e la sua timidezza.
Nell’astuccio del violino, appartenuto al suo nonno ungherese e di cui portava con orgoglio il nome, aveva messo anche il suo cuore.
Sperò che lei volesse custodirlo per molto tempo a venire.
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